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La Fontana di Sant’Anna

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Rinunciare per il Signore significa fiorire

Vi farò pescatori di uomini

La nostra vita si mette in cammino, avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto che chiedono di essere colmati. Che cosa mancava ai quattro pescatori del lago per convincerli ad abbandonare barche e reti e a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro e la salute, una casa, una famiglia, la fede, tutto il necessario per vivere, eppure qualcosa mancava. E non era un’etica migliore, non un sistema di pensiero più evoluto. Mancava un sogno. Gesù è il custode dei sogni dell’umanità: ha sognato per tutti cieli nuovi e terra nuova.
I pescatori sapevano a memoria la mappa delle rotte del lago, del quotidiano piccolo cabotaggio tra Betsaida, Cafarnao e Magdala, dietro agli spostamenti dei pesci. Ma sentivano in sé il morso del più, il richiamo di una vita dal respiro più ampio. Gesù offre loro la mappa del mondo, anzi un altro mondo possibile; offre un’altra navigazione: quella che porta al cuore dell’umanità «vi farò pescatori di uomini», li tirerete fuori dal fondo dove credono di vivere e non vivono, li raccoglierete per la vita, e mostrerete loro che sono fatti per un altro respiro, un’altra luce, un altro orizzonte. Sarete nella vita donatori di più vita.
Gesù si rivolge per tre volte a Simone: lo pregò di scostarsi da riva: lo prega, chiede un favore, lui è il Signore che non si impone mai, non invade le vite;

Getta le reti: Simone dentro di sé forse voleva solo ritornare a riva e riposare, ma qualcosa gli fa dire: va bene, sulla tua parola getterò le reti. Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardare una persona e amarla erano la stessa cosa. Simone si sente amato.

Non temere, tu sarai: ed è il futuro che si apre; Gesù vede me oltre me, vede primavere nei nostri inverni e futuro che già germoglia.
E le reti si riempiono. Simone davanti al prodigio si sente stordito: Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore. Gesù risponde con una reazione bellissima che m’incanta: non nega questo, ma lui non si lascia impressionare dai difetti di nessuno, dentro il presente lui crea futuro. E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare. Sono i futuri di cuore. Vanno dietro a lui e vanno verso l’uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.
Chi come loro lo ha fatto, ha sperimentato che Dio riempie le reti, riempie la vita, moltiplica libertà, coraggio, fecondità, non ruba niente e dona tutto. Che rinunciare per lui è uguale a fiorire.

P. Ermes Ronchi

Il vino buono tenuto da parte

Se ci hai fatto caso, questa pagina del vangelo si sviluppa su tre dialoghi, ognuno con caratteristiche ed elementi diversi. La festa di nozze è motivata dalla gioia per il consolidamento di un’unione tra due persone nell’amore reciproco: se non c’è dialogo, confronto, accoglienza e rispetto l’unione è solo sulla carta, ma non è vita. Il dialogo diventa il costruttore di relazione, strumento di conoscenza e aiuto, il dialogo salva la gioia della festa di nozze.

Non hanno vino

Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora.

Il primo dialogo è quello tra Maria e Gesù, invitati alle nozze. Possiamo facilmente immaginare come una mamma sia attenta ai dettagli: mentre tutti festeggiano e brindano, lei guarda gli inservienti, vede chi va e viene dalla cucina alla tavola degli invitati, guarda chi è affaccendato nella preparazione dei pasti, e in questo essere maternamente attenta ai retroscena, che sfuggono ai più, Maria nota che il vino è finito. Anche per noi oggi una festa senza vino è una festa a metà, ma ai tempi del fatto, nella cultura ebraica, una festa di nozze senza vino era un fallimento totale: il vino garantisce la gioia degli invitati e la riuscita della festa.

Non hanno vino: è finito, gli invitati gustano gli ultimi sorsi, dopodiché la festa avrà fine. Quella di Maria non è una domanda, non è una richiesta: è una semplice constatazione che dice attenzione e preoccupazione. Maria sente il bisogno di comunicarlo al figlio, come un dato di fatto, senza pensarci troppo. La risposta ha dato origine a disquisizioni teologiche senza fine, contrapponendo madre e figlio, leggendo la risposta di Gesù come una mancanza di rispetto, ecc. Cercando la via della semplicità, Gesù dice che è appena all’inizio della sua opera, e il compimento del suo tempo è ancora lontano. Non me ne vogliano teologi e biblisti, ma leggo così la risposta di Gesù: “Mamma, stai tranquilla.”

Qualsiasi cosa vi dica, fatela.
Riempite d’acqua le anfore.

Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto

Questo secondo è un dialogo tra Maria, Gesù e i servi, un dialogo a senso unico, dove non ci sono risposte ma solo indicazioni e conseguenze. Maria esorta i servi alla piena fiducia, la stessa fiducia alla quale Gesù l’ha invitata poc’anzi . Maria, colei che ha creduto, trasmette ai servi il suo “Eccomi” invitando loro a indossare il grembiule della disponibilità senza se e senza ma.

All’esortazione della madre segue l’ordine del Figlio, un ordine razionalmente assurdo: se manca il vino cosa te ne fai dell’acqua? Eppure i servi rimangono ancorati alle parole della madre: “qualsiasi cosa vi dica fatela”, non discutetela, ma fatela, concretamente. I servi infatti non rispondono con le parole, ma coi fatti: accolgono in se stessi l’esortazione ed eseguono l’ordine impartito, senza fiatare. Le anfore sono piene di acqua, ed ecco giunge un altro ordine, ancora più irrazionale del primo: “prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”: se io fossi stato uno di quei servi avrei riempito le anfore, ma portare a tavola quell’acqua è davvero troppo!

La sfida che mi lancia Gesù è proprio quella di essere commensale col mio nulla, con la mia pochezza. Dio chiede di riconciliarmi con me stesso, per poter essere dono di gioia e di condivisione. Ecco il miracolo! Le nozze, l’unione tra me e me stesso salvano la festa e la convivialità con Dio e con gli altri. La guerra che hai scatenato dentro di te, cercando di sconfiggere chissà quale nemico, ha esaurito il vino della gioia e della pace. Ora è inutile andare a elemosinare gioia e serenità fuori di te: abbi il coraggio di sederti a tavola e fare i conti con te stesso, offri ciò che sei, non ciò che vorresti essere, sii la gioia di Dio per il fatto stesso che respiri, sii il suo tutto, vivi il sì di Maria e porta a tavola l’acqua limpida della tua vita che si fida e si affida.

Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora

Il terzo dialogo, tra chi dirige il banchetto e lo sposo, in realtà potrebbe sembrare un monologo: lo sposo non risponde con le parole, forse con un sorriso compiaciuto, ma nel totale silenzio. Il “vino buono” è il risultato ottenuto grazie all’attenzione di una mamma, agli ordini di un figlio eseguiti silenziosamente dai servi.

Ti sei fidato. Tu sai bene che di acqua hai riempito le anfore e con tremore hai portato acqua a tavola. Ora tutti gioiscono del vino buono “tenuto da parte” come culmine della festa. Hai vissuto l’attesa e il vuoto, la paura del fallimento e il fallimento stesso. Poi hai avuto il coraggio di essere te stesso, ti sei fidato.

Il resto è l’opera di Dio in te, e questo “primo segno” compiuto da Gesù darà la giusta intonazione a tutti gli altri segni, fino al Segno della Croce, che salverà per sempre la festa tra Dio e i suoi figli, avvelenati da tanti vini cattivi, e guariti grazie al vino buono sgorgato dal cuore trafitto del Figlio di Dio.

Luca Rubin

Convertirsi partendo da un solo verbo: dare

«Esulterà, si rallegrerà, griderà di gioia per te, come nei giorni di festa». Sofonia racconta un Dio che esulta, che salta di gioia, che grida: «Griderà di gioia per te», un Dio che non lancia avvertimenti, oracoli di lamento o di rimprovero, come troppo spesso si è predicato nelle chiese; che non concede grazia e perdono, ma fa di più: sconfina in un grido e una danza di gioia. E mi cattura dentro. E grida a me: tu mi fai felice! Tu uomo, tu donna, sei la mia festa.
Mai nella Bibbia Dio aveva gridato. Aveva parlato, sussurrato, tuonato, aveva la voce interiore dei sogni; solo qui, solo per amore, Dio grida. Non per minacciare, ma per amare di più. Il profeta intona il canto dell’amore felice, amore danzante che solo rende nuova la vita: «Ti rinnoverà con il suo amore».
Il Signore ha messo la sua gioia nelle mie, nelle nostre mani. Impensato, inaudito: nessuno prima del piccolo profeta Sofonia aveva intuito la danza dei cieli, aveva messo in bocca a Dio parole così audaci: tu sei la mia gioia.
Proprio io? Io che pensavo di essere una palla al piede per il Regno di Dio, un freno, una preoccupazione. Invece il Signore mi lancia l’invito a un intreccio gioioso di passi e di parole come vita nuova. Il profeta disegna il volto di un Dio felice, Gesù ne racconterà il contagio di gioia (perché la mia gioia sia in voi, Giovanni 15,11).
Il Battista invece è chiamato a risposte che sanno di mani e di fatica: «E noi che cosa dobbiamo fare?». Il profeta che non possiede nemmeno una veste degna di questo nome, risponde: «Chi ha due vestiti ne dia uno a chi non ce l’ha». Colui che si nutre del nulla che offre il deserto, cavallette e miele selvatico, risponde: «Chi ha da mangiare ne dia a chi non ne ha». E appare il verbo che fonda il mondo nuovo, il verbo ricostruttore di futuro, il verbo dare: chi ha, dia!
Nel Vangelo sempre il verbo amare si traduce con il verbo dare. La conversione inizia concretamente con il dare. Ci è stato insegnato che la sicurezza consiste nell’accumulo, che felicità è comprare un’altra tunica oltre alle due, alle molte che già possediamo, Giovanni invece getta nel meccanismo del nostro mondo, per incepparlo, questo verbo forte: date, donate. È la legge della vita: per stare bene l’uomo deve dare.
Vengono pubblicani e soldati: e noi che cosa faremo? Semplicemente la giustizia: non prendete, non estorcete, non fate violenza, siate giusti. Restiamo umani, e riprendiamo a tessere il mondo del pane condiviso, della tunica data, di una storia che germogli giustizia. Restiamo profeti, per quanto piccoli, e riprendiamo a raccontare di un Dio che danza attorno ad ogni creatura, dicendo: tu mi fai felice.

P. Ermes Ronchi

Un Comandamento che li riassume tutti e 10

Come riassumere tutti i comandamenti in uno solo?
Fatti amare da Dio che ti ama.
Amalo al meglio delle tue capacità, con forza, impegno, intelligenza.
Ama te stesso perché ti vedi come Dio già ti vede.
Ama il tuo prossimo con l’amore divino che trabocca dal tuo cuore.
Ama.
"La misura dell'amore è amare senza misura".

50^ Anniversario Gruppo Scouts FSE Pontinia 1 1969-2019

Presso la nostra parrochia, nei giorni 27 e 28 ottbre (Sabato/Domenica) si è festeggiato il cinquantesimo anniversario del Gruppo Scouts FSE Pontinia1.

La cerimonia è iniziata sabato alle ore 16.00 presso l'Oratorio Sant'Anna, con il Quadrato iniziale, l'alza bandiera, il rinnovo della Promessa, la presentazione del logo e del motto ideato dai ragazzi, la consegna del brevetto di capo ad un RS del Gruppo e gemellagio con il Gruppo di Comacchio 1.

Alla cerimonia hanno presenziato le Autorità Civili e Militari di Pontinia, la comunità dei Padri Piamartini, i Gruppi del Distretto Lazio Sud, altri Gruppi significativi incontrati in questo mezzo secolo di storia e tutte le associazioni parrocchiali.

Alle ore 18.00 la presentazione della mostra fotografica curata da Luigi Veca, il quale negli ultimi due anni ha raccolto più di cinquemila fotografie che documentano questi cinquanta anni.

Alle ore 19.00 la santa messa celebrata da Mons. Mariano Crociata vescovo della Diocesi di Latina Terracina Sezze Priverno.

Alle ore 20.00 cena comunitaria con la partecipazione degli ospiti presenti, dei padri della nostra parrocchia e dei responsabili dei gruppo Scout.

Domenica 28 alle ore 10.00 un grande gioco per le via di Pontinia e infine alle ore 12.00 un aperitivo con tutti i partecipanti e la chiusura dei festeggiamenti.

Cosa vuoi che faccia per te?

 
Cosa vuoi che faccia per te? Oggi Gesù mi pone la stessa identica domanda.
Possiamo rispondere la gloria.
Oppure che io veda.
Possiamo ambire a successi, applausi, riconoscimenti. 
O chiedere luce.
Che io veda, Signore, perché sono sprofondato nella mia tenebre.
Non richieste di visibilità e riconoscimento. Non logica aziendale. Non logica di questo mondo.
Perché di servi liberi e autentici, di persone che si prendono a cuore la felicità altrui, senza contrapposizioni, senza toni rabbiosi, senza secondi fini ha urgente bisogno, oggi, il mondo.
E la Chiesa
 

La Chiesa nel cinema

Beati gli insoddisfatti, se diventano cercatori di tesori

Gesù uscito sulla strada, e vuol dire: Gesù libero maestro, aperto a tutti gli incontri, a chiunque incroci il suo cammino o lo attenda alla svolta del sentiero. Maestro che insegna l'arte dell'incontro.
Ed ecco un tale, uno senza nome, gli corre incontro: come uno che ha fretta, fretta di vivere. Come faccio per ricevere la vita eterna? Termine che non indica la vita senza fine, ma la vita stessa dell'Eterno. Gesù risponde elencando cinque comandamenti e un precetto (non frodare) che non riguardano Dio, ma le persone; non come hai creduto, ma come hai amato. Questi trasmettono vita, la vita di Dio che è amore.
Maestro, però tutto questo io l'ho già fatto, da sempre. E non mi ha riempito la vita. Vive quella beatitudine dimenticata e generativa che dice: "Beati gli insoddisfatti, perché diventeranno cercatori di tesori".
Ora fa anche una esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro: Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò. E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l'incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi… Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti: Una cosa ti manca, va', vendi, dona ai poveri… Sarai felice se farai felice qualcuno; fai felici altri se vuoi essere felice.
E poi segui me: capovolgere la vita. Le bilance della felicità pesano sui loro piatti la valuta più pregiata dell'esistenza, che sta nel dare e nel ricevere amore. Il maestro buono non ha come obiettivo inculcare la povertà in quell'uomo ricco e senza nome, ma riempire la sua vita di volti e di nomi.
E se ne andò triste perché aveva molti beni.
Nel Vangelo molti altri ricchi si sono incontrati con Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. Che cosa hanno di diverso questi ricchi che Gesù amava, sui quali con il suo gruppo si appoggiava? Hanno saputo creare comunione: Zaccheo e Levi riempiono le loro case di commensali; Susanna e Giovanna assistono i dodici con i loro beni (Luca 8,3). Le regole del Vangelo sul denaro si possono ridurre a due soltanto: a) non accumulare, b) quello che hai, ce l'hai per condividerlo. Non porre la tua sicurezza nell'accumulo, ma nella condivisione.
Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto. Infatti il Vangelo continua: Pietro allora prese a dirgli: Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio? Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato. Non rinuncia, se non della zavorra che impedisce il volo, il Vangelo è addizione di vita.

P. Ermes Ronchi

Calendario Iscrizioni Catechismo 2018/2019

Lun. 24 sett. Ripresa Catechismo per ragazzi Cresime 2018
Da Mart. 25 a Ven. 28 sett. Iscrizioni 1° Comunioni – 3° Elementare (anno 2018/2019)
Ven. 28 sett. Incontro Padrini Cresimandi 2018
Lun. 1° ott. Iscrizione 2° anno Cresime (anno 2018/2019)
Mar. 2 ott. Iscrizione 2° anno Comunioni (anno 2018/2019)
Mer. 3 ott. Iscrizione 1° anno Cresime (anno 2018/2019)
Giov. 4 ott. Iscrizione al Discepolato (anno 2018/2019)

 

Sant’Anna 26/07/2018

Sant'Anna

Nonostante che di s. Anna ci siano poche notizie e per giunta provenienti non da testi ufficiali e canonici, il suo culto è estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente.
Quasi ogni città ha una chiesa a lei dedicata, Caserta la considera sua celeste Patrona, il nome di Anna si ripete nelle intestazioni di strade, rioni di città, cliniche e altri luoghi; alcuni Comuni portano il suo nome.
La madre della Vergine, è titolare di svariati patronati quasi tutti legati a Maria; poiché portò nel suo grembo la speranza del mondo, il suo mantello è verde, per questo in Bretagna dove le sono devotissimi, è invocata per la raccolta del fieno; poiché custodì Maria come gioiello in uno scrigno, è patrona di orefici e bottai; protegge i minatori, falegnami, carpentieri, ebanisti e tornitori. 
Perché insegnò alla Vergine a pulire la casa, a cucire, tessere, è patrona dei fabbricanti di scope, dei tessitori, dei sarti, fabbricanti e commercianti di tele per la casa e biancheria.
È soprattutto patrona delle madri di famiglia, delle vedove, delle partorienti, è invocata nei parti difficili e contro la sterilità coniugale.
Il nome di Anna deriva dall’ebraico Hannah (grazia) e non è ricordata nei Vangeli canonici; ne parlano invece i vangeli apocrifi della Natività e dell’Infanzia, di cui il più antico è il cosiddetto “Protovangelo di san Giacomo”, scritto non oltre la metà del II secolo.
Questi scritti benché non siano stati accettati formalmente dalla Chiesa e contengono anche delle eresie, hanno in definitiva influito sulla devozione e nella liturgia, perché alcune notizie riportate sono ritenute autentiche e in sintonia con la tradizione, come la Presentazione di Maria al tempio e l’Assunzione al cielo, come il nome del centurione Longino che colpì Gesù con la lancia, la storia della Veronica, ecc.
Il “Protovangelo di san Giacomo” narra che Gioacchino, sposo di Anna, era un uomo pio e molto ricco e abitava vicino Gerusalemme, nei pressi della fonte Piscina Probatica; un giorno mentre stava portando le sue abbondanti offerte al Tempio come faceva ogni anno, il gran sacerdote Ruben lo fermò dicendogli: “Tu non hai il diritto di farlo per primo, perché non hai generato prole”.
Gioacchino ed Anna erano sposi che si amavano veramente, ma non avevano figli e ormai data l’età non ne avrebbero più avuti; secondo la mentalità ebraica del tempo, il gran sacerdote scorgeva la maledizione divina su di loro, perciò erano sterili.
L’anziano ricco pastore, per l’amore che portava alla sua sposa, non voleva trovarsi un’altra donna per avere un figlio; pertanto addolorato dalle parole del gran sacerdote si recò nell’archivio delle dodici tribù di Israele per verificare se quel che diceva Ruben fosse vero e una volta constatato che tutti gli uomini pii ed osservanti avevano avuto figli, sconvolto non ebbe il coraggio di tornare a casa e si ritirò in una sua terra di montagna e per quaranta giorni e quaranta notti supplicò l’aiuto di Dio fra lacrime, preghiere e digiuni.
Anche Anna soffriva per questa sterilità, a ciò si aggiunse la sofferenza per questa ‘fuga’ del marito; quindi si mise in intensa preghiera chiedendo a Dio di esaudire la loro implorazione di avere un figlio.
Durante la preghiera le apparve un angelo che le annunciò: “Anna, Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo”.
Così avvenne e dopo alcuni mesi Anna partorì. Il “Protovangelo di san Giacomo” conclude: “Trascorsi i giorni necessari si purificò, diede la poppa alla bimba chiamandola Maria, ossia ‘prediletta del Signore’”.
Altri vangeli apocrifi dicono che Anna avrebbe concepito la Vergine Maria in modo miracoloso durante l’assenza del marito, ma è evidente il ricalco di un altro episodio biblico, la cui protagonista porta lo stesso nome di Anna, anch’ella sterile e che sarà prodigiosamente madre di Samuele.
Gioacchino portò di nuovo al tempio con la bimba, i suoi doni: dieci agnelli, dodici vitelli e cento capretti senza macchia.
L’iconografia orientale mette in risalto rendendolo celebre, l’incontro alla porta della città, di Anna e Gioacchino che ritorna dalla montagna, noto come “l’incontro alla porta aurea” di Gerusalemme; aurea perché dorata, di cui tuttavia non ci sono notizie storiche.
I pii genitori, grati a Dio del dono ricevuto, crebbero con amore la piccola Maria, che a tre anni fu condotta al Tempio di Gerusalemme, per essere consacrata al servizio del tempio stesso, secondo la promessa fatta da entrambi, quando implorarono la grazia di un figlio.
Dopo i tre anni Gioacchino non compare più nei testi, mentre invece Anna viene ancora menzionata in altri vangeli apocrifi successivi, che dicono visse fino all’età di ottanta anni, inoltre si dice che Anna rimasta vedova si sposò altre due volte, avendo due figli la cui progenie è considerata, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, come la “Santa Parentela” di Gesù.
Il culto di Gioacchino e di Anna si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente (anche a seguito delle numerose reliquie portate dalle Crociate); la prima manifestazione del culto in Oriente, risale al tempo di Giustiniano, che fece costruire nel 550 ca. a Costantinopoli una chiesa in onore di s. Anna.
L’affermazione del culto in Occidente fu graduale e più tarda nel tempo, la sua immagine si trova già tra i mosaici dell’arco trionfale di S. Maria Maggiore (sec. V) e tra gli affreschi di S. Maria Antiqua (sec. VII); ma il suo culto cominciò verso il X secolo a Napoli e poi man mano estendendosi in altre località, fino a raggiungere la massima diffusione nel XV secolo, al punto che papa Gregorio XIII (1502-1585), decise nel 1584 di inserire la celebrazione di s. Anna nel Messale Romano, estendendola a tutta la Chiesa; ma il suo culto fu più intenso nei Paesi dell’Europa Settentrionale anche grazie al libro di Giovanni Trithemius “Tractatus de laudibus sanctissimae Annae” (Magonza, 1494).
Gioacchino fu lasciato discretamente in disparte per lunghi secoli e poi inserito nelle celebrazioni in data diversa; Anna il 25 luglio dai Greci in Oriente e il 26 luglio dai Latini in Occidente, Gioacchino dal 1584 venne ricordato prima il 20 marzo, poi nel 1788 alla domenica dell’ottava dell’Assunta, nel 1913 si stabilì il 16 agosto, fino a ricongiungersi nel nuovo calendario liturgico, alla sua consorte il 26 luglio.
Artisti di tutti i tempi hanno raffigurato Anna quasi sempre in gruppo, come Anna, Gioacchino e la piccola Maria oppure seduta su una alta sedia come un’antica matrona con Maria bambina accanto, o ancora nella posa ‘trinitaria’ cioè con la Madonna e con Gesù bambino, così da indicare le tre generazioni presenti.
Dice Gesù nel Vangelo “Dai frutti conoscerete la pianta” e noi conosciamo il fiore e il frutto derivato dalla annosa pianta: la Vergine, Immacolata fin dal concepimento, colei che preservata dal peccato originale doveva diventare il tabernacolo vivente del Dio fatto uomo.
Dalla santità del frutto, cioè di Maria, deduciamo la santità dei suoi genitori Anna e Gioacchino.

piamarta3
Agenda
Lun 18 Mar
  • 20:30 ~ 21:30
    Incontro BIBLICO di formazione sulla Parola di Dio
  • 20:45 ~ 21:45
    LECTIO DIVINA del Vescovo ai giovani in Quaresima (Cisterna – S. Maria Assunta)
Mar 19 Mar
  • 00:00 ~ 23:59
    SOLENNITA’ DI S. GIUSEPPE
Ven 22 Mar
  • 17:00 ~ 18:00
    VIA CRUCIS – in Parrocchia
  • 21:00 ~ 22:00
    VIA CRUCIS (Partenza dalla Via Paganini – Zona Musicisti)
  • 00:00 ~ 23:59
    Astinenza
Sab 23 Mar
  • 15:00 ~ 16:00
    Incontro V.E.L.A con Giosy Cento
  • 15:30 ~ 16:30
    Incontro Portatori di Sant’Anna
Dom 24 Mar
  • 00:00 ~ 23:59
    3ª DI QUARESIMA
  • 00:00 ~ 23:59
    1° Turno delle 1° Confessioni
  • 00:00 ~ 23:59
    Giornata nazionale di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri

Gallerie Fotografiche

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