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Archivi del mese: maggio 2016

Corpus Domini 2016

La solennità del Corpus Domini (“Corpo del Signore”) è una festa di precetto, chiude il ciclo delle feste del periodo post Pasqua e celebra il mistero dell’Eucaristia istituita da Gesù nell’Ultima Cena.

QUALI SONO LE ORIGINI DELLA FESTA?

La ricorrenza è stata istituita grazie ad una suora che nel 1246 per prima volle celebrare il mistero dell’Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa. Il suo vescovo approvò l’idea e la celebrazione dell’Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della suora si trovava. In realtà la festa posa le sue radici nell’ambiente della Gallia belgica  e in particolare grazie alle rivelazioni della Beata Giuliana di Retìne.
Nel 1208 la beata Giuliana, priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, vide durante un’estasi il disco lunare risplendente di luce candida, deformato però da un lato da una linea rimasta in ombra: da Dio intese che quella visione significava la Chiesa del suo tempo, che ancora mancava di una solennità in onore del SS. Sacramento. Il direttore spirituale della beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, ottenuto il giudizio favorevole di parecchi teologi in merito alla suddetta visione, presentò al vescovo la richiesta di introdurre nella diocesi una festa in onore del Corpus Domini. La richiesta fu accolta nel 1246 e venne fissata la data del giovedì dopo l’ottava della Trinità.

COS’È IL “MIRACOLO EUCARISTICO” DI BOLSENA?

Nel 1262 salì al soglio pontificio, col nome di Urbano IV, l’antico arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, Giacomo Pantaleone. Ed è a Bolsena, proprio nel Viterbese, la terra dove è stata aperta la causa suddetta che in giugno, per tradizione si tiene la festa del Corpus Domini a ricordo di un particolare miracolo eucaristico avvenuto nel 1263. Si racconta che un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino liturgico (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina.
Venuto a conoscenza dell’accaduto Papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini estendendola dalla circoscrizione di Liegi a tutta la cristianità. La data della sua celebrazione fu fissata nel giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua). Così, l’11 Agosto 1264 il Papa promulgò la Bolla “Transiturus” che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini dalla città che fino allora era stata infestata dai Patarini i quali negavano il Sacramento dell’Eucaristia.

CHE COS’È LA PROCESSIONE DEL CORPORALE?

Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto,  il 19 Giugno, lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città. Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso reliquiario, viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città. In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa.

QUAL È LA DIFFERENZA TRA IL GIOVEDÌ SANTO E LA FESTA DEL CORPUS DOMINI?

Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all’Istituzione dell’Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l’attenzione si sposta sulla relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico. Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento. In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell’Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità.

QUANDO SI CELEBRA E IN QUALI PAESI È GIORNO FESTIVO?

Il Corpus Domini si celebra il giovedì dopo la festa della Santissima Trinità. A Orvieto, dove fu istituita, e a Roma, dov’è presieduta dal Papa, la celebrazione si svolge infatti il giovedì dopo la solennità della Santissima Trinità. A Roma la celebrazione inizia nella Cattedrale di S. Giovanni in Laterano, per poi concludersi con la processione tradizionale fino alla basilica di Santa Maria Maggiore; il Santo Padre la presiede in quanto Vescovo di Roma. Nella stessa data si celebra in quei paesi nei quali la solennità è anche festa civile: nei cantoni cattolici della Svizzera, in Spagna, in Germania, Irlanda, Croazia, Polonia, Portogallo, Brasile, Austria e a San Marino.

In Italia e in altre nazioni il giorno festivo di precetto si trasferisce alla seconda domenica dopo Pentecoste, in conformità con le Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario.
Nella riforma del rito ambrosiano, promulgata dall’Arcivescovo di Milano il 20 marzo 2008, questa festività è stata riportata obbligatoriamente il giovedì della II settimana dopo Pentecoste con la possibilità, per ragioni pastorali, di celebrarla anche la domenica successiva. Numerose diocesi, in Italia, continuano a proporre ai fedeli la Celebrazione e la Processione Eucaristica, a livello diocesano, il giovedì, lasciando per la domenica la Celebrazione e la Processione parrocchiale.

IN CHE COSA CONSISTONO LE CELEBRAZIONI?

In occasione della solennità del Corpus Domini, dopo la celebrazione della Messa, si porta in processione, racchiusa in un ostensorio sottostante un baldacchino, un’ostia consacrata ed esposta alla pubblica adorazione: viene adorato Gesù vivo e vero, presente nel Santissimo Sacramento.

Fonte: Famiglia Cristiana

Lo chiamavano Trinità

trinita“Trinità”: dal punto di vista terminologico, è un neologismo inventato dalla Chiesa per dare un nome al nostro Dio e, pur proclamando la fede in un solo Dio, distinguerlo in tre Persone uguali e distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Nel vocabolario mancava una parola che significasse contemporaneamente uno e tre; e voilà, ecco a voi la TRINITA’!
Venti secoli di riflessione teologica hanno sempre più arricchito, ma anche “complessificato” la conoscenza del Dio dei cristiani; del resto, la fede non è una cosa semplice, anche se Dio è l’Essere più semplice che c’è! tra i cosiddetti predicati di Dio c’è anche l’UNO: più semplice di così!

Com’è possibile, chiediamoci, dichiarare che 3 è uguale a 1?

Quest’oggi mi permetto di obbiettare sulla scelta del brano di Vangelo: al capitolo 10 di Giovanni, ma anche e soprattutto al capitolo 17, il Signore dichiara che lui e il Padre sono uno; e prega il Padre affinché anche coloro che (il Padre) gli ha affidato siano una cosa sola, come lui, Gesù, e il Padre sono una cosa sola. Secondo il mio modesto parere, questi due brani di Vangelo sono decisamente più appropriati per parlare della Trinità.
E lo Spirito Santo? dov’è finito lo Spirito Santo?
Lo Spirito Santo è l’Amore che lega il Padre al Figlio e viceversa! Quando si parla del Padre e del Figlio si parla implicitamente anche dello Spirito Santo!
Magari, parlando dei cristiani, si potesse dire lo stesso!
Magari, si potesse dare per scontato l’amore cristiano anche tra noi cristiani!

L’Amore che lega il Padre al Figlio è talmente vero, talmente sostanziale ed essenziale, da assumere i connotati di una Persona vera e propria, appunto, la terza Persona della Trinità…che, poi, è la prima in ordine di apparizione, nella Bibbia, l’ho già detto domenica scorsa, in occasione della solennità della Pentecoste.
C’è un aspetto di importanza capitale nella nostra riflessione sulla Trinità; e lo cogliamo osservando l’icona tradizionale della Trinità: il Padre sorregge con le mani la croce del Figlio, mentre lo Spirito Santo vola sospeso tra lo sguardo del Padre e il capo reclinato del Figlio.
La croce è l’ora del Figlio, certo, il momento della morte/innalzamento/glorificazione di Gesù.
Tuttavia, in quel momento, sono presenti tutte e tre le persone (della Trinità), a condividere l’estremo gesto di riconciliazione con il quale il Verbo incarnato rivela l’amore infinito di Dio.
Coloro che hanno superato da un po’ gli –anta e si sono preparati alla prima comunione sul catechismo di Pio X, hanno studiato che Gesù patì come uomo, non come Dio.
Questa è ancora la spiegazione teologica del rapporto tra il nostro Dio infinito e immortale e la passione in croce di Gesù…
Ora, se è vero, com’è vero, che, in quanto Dio, il Signore non poteva né patire, né morire, gli autori della famosa icona occidentale della Trinità, dovrebbero spiegarci perché, al momento della morte del Figlio, convocano anche le altre due Persone… semplici testimoni?
Non credo!
Queste tre Persone, sono o non sono una cosa sola?
Se sì, allora non è errato pensare che tutto Dio nasce, tutto Dio opera prodigi, tutto Dio insegna e guarisce, tutto Dio patisce, tutto Dio muore, tutto Dio risorge. Certamente, nella persona di Cristo. Ma, come più volte sottolinea il Vangelo, il mistero dell’Incarnazione non separa il Figlio dal Padre e dallo Spirito Santo; in altre parole, l’unità trinitaria resta integra anche nel tempo che va dall’annunciazione dell’angelo a Maria santissima, all’Ascensione del Cristo al cielo.
È talmente armonica e integrale l’unità della sostanza delle tre Persone, che, dopo l’ascensione del Cristo risorto, anche la Trinità ne resta sensibilmente mutata: se prima dell’incarnazione la seconda persona della Trinità possedeva solo ed esclusivamente natura divina, dopo l’incarnazione, il Cristo conserva anche la natura umana (oltre a quella divina).

Come vedete, qualsiasi cosa possiamo affermare sulla Trinità, l’identità di Dio resta sempre un mistero, non solo nel senso di sacramento efficace della Grazia, ma anche nel senso di enigma, realtà troppo alta per comprenderla e definirla. S.Agostino dichiara: “Se lo capisci non è Dio!” È doveroso riconoscere che queste precisazioni non aggiungono granché al Vangelo.
Con buona pace dei filosofi cristiani, il Vangelo è l’unico testimone autorevole e autentico, che ci possa illuminare e rivelare la Verità di Gesù di Nazareth e la Verità di Dio; non si tratta di due verità diverse: la prima è contenuta nella seconda, come la parte nel tutto.
Che ne dite, la finiamo qui? Mi rendo conto che più ci inoltriamo nel discorso su Dio, più il discorso perde apparentemente il contatto con la realtà.
Tutta colpa, pardon, tutto merito della (filosofia) Scolastica, la quale rappresenta un crocevia, per la riflessione sul mistero di Dio, allorché, abbandonato per così dire l’elemento esperienziale della fede, cioè il momento liturgico, i teologi imboccarono la strada della speculazione filosofico-metafisica, assumendo concetti e categorie astratte, sillogismi, argomentazioni logiche, nella convinzione che tale cambio di rotta –dall’esperienza (sacramentale) di Dio, alla speculazione su Dio – potesse giovare alla comprensione delle verità rivelate.
Le intenzioni erano buone, più che buone… la riuscita, non lo so…

San Paolo ci ricorda che lo Spirito Santo ci insegna qualcosa di fondamentale sul nostro Dio: ci insegna a chiamarlo Padre. Così lo chiamò Gesù, nell’orto degli ulivi; e così lo chiamiamo noi, nella preghiera che Lui ci ha insegnato. La consapevolezza della paternità di Dio deve bastarci a vivere la fede e a sentirci fratelli nella fede.
E così sia!

fr. Massimo Rossi

 

Lo Spirito che ‘riporta al cuore’ ogni parola di Gesù

PentecosteLo Spirito Santo che il Padre manderà vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Lo Spirito, il misterioso cuore del mondo, il vento sugli abissi dell’origine, il fuoco del roveto, l’amore in ogni amore, respiro santo del Padre e del Figlio, lo Spirito che è Signore e dà la vita, come proclamiamo nel Credo, è mandato per compiere due grandi opere: insegnare ogni cosa e farci ricordare tutto quello che Gesù ha detto.
Avrei ancora molte cose da dirvi, confessa Gesù ai suoi. Eppure se ne va, lasciando il lavoro incompiuto. Penso all’umiltà di Gesù, che non ha la pretesa di aver insegnato tutto, di avere l’ultima parola, ma apre, davanti ai discepoli e a noi, spazi di ricerca e di scoperta, con un atto di totale fiducia in uomini e donne che finora non hanno capito molto, ma che sono disposti a camminare, sotto il vento dello Spirito che traccia la rotta e spinge nelle vele. Queste parole di Gesù mi regalano la gioia profetica e vivificante di appartenere ad una Chiesa che è un sistema aperto e non un sistema bloccato e chiuso, dove tutto è già stabilito e definito.
Lo Spirito ama insegnare, accompagnare oltre, verso paesaggi inesplorati, scoprire vertici di pensiero e conoscenze nuove. Vento che soffia avanti.
Seconda opera dello Spirito: vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Ma non come un semplice fatto mnemonico o mentale, un aiuto a non dimenticare, bensì come un vero “ricordare“, cioè un “riportare al cuore“, rimettere in cuore, nel luogo dove di decide e si sceglie, dove si ama e si gioisce. Ricordare vuol dire rendere di nuovo accesi gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita, di quando diceva parole di cui non si vedeva il fondo.
Perché lo Spirito soffia adesso; soffia nelle vite, nelle attese, nei dolori e nella bellezza delle persone. Questo Spirito raggiunge tutti. Non investe soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie della Chiesa, o i grandi teologi. Convoca noi tutti, cercatori di tesori, cercatrici di perle, che ci sentiamo toccati al cuore da Cristo e non finiamo di inseguirne le tracce; ogni cristiano ha tutto lo Spirito, ha tanto Spirito Santo quanto i suoi pastori.
Ognuno ha tutto lo Spirito che gli serve per collaborare ad una terza opera fondamentale per capire ed essere Pentecoste: incarnare ancora il Verbo, fare di ciascuno il grembo, la casa, la tenda, una madre del Verbo di Dio. In quel tempo, lo Spirito è sceso su Maria di Nazareth, in questo tempo scende in me e in te, perché incarniamo il Vangelo, gli diamo passione e spessore, peso e importanza; lo rendiamo presente e vivo in queste strade, in queste piazze, salviamo un piccolo pezzo di Dio in noi e non lo lasciamo andare via dal nostro territorio.

P. Ermes Ronchi

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