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Morirò qui con i miei ragazzi. Se dobbiamo morire, muoio con loro.

Domenica la Canonizzazione di Giovanni Battista Piamarta, cuore immenso a servizio dei giovani.
Stampa 2012-10-16 Radio Vaticana: Una vita spesa a servizio dei giovani e del loro futuro.
E’ questa una delle molte definizioni che meglio descrivono padre Giovanni Battista Piamarta, bresciano, che il Papa domenica prossima canonizzerà in Piazza San Pietro.
Fu il fondatore nel 1900 della Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth e della Congregazione delle Suore Umili Serve del Signore. L’amore per i giovani culminò nella creazione dell’Istituto “Artigianelli” dedicato alla preparazione professionale e alla crescita cristiana di migliaia di ragazzi. Una figura attualissima secondo il postulatore, padre Igor Fabiano Manzillo. L’intervista è di Benedetta Capelli:
R. – E’ un’attualità sconvolgente, perché è andato a lavorare e a vivere tutta la sua vita, la sua esperienza di vita e di santità, proprio in un campo molto particolare: il campo dei giovani, ma giovani poveri del mondo del lavoro. Quindi, il suo grande desiderio è stato quello di dare famiglia, istruzione ed un lavoro a dei ragazzi, dei giovani che non avevano altre possibilità, che non avevano prospettive. Erano ragazzi poveri, abbandonati, orfani, in giro per la città, sarebbero diventati dei delinquenti. Ecco, l’idea è proprio questa: prendere questi ragazzi e renderli protagonisti del loro futuro, cioè, dando a loro un futuro; dare un futuro a dei giovani che erano, sicuramente, sprovvisti di futuro.
D. – Oggi, a tanti giovani che hanno bisogno di essere sostenuti, anche nel loro percorso lavorativo, che cosa può insegnare questa figura?
R. – Padre Piamarta diceva: “Al peggior giovane della città, se tu dai fiducia, dai speranza, dai la capacità di compiere miracoli”. Se noi carichiamo i nostri giovani di fiducia e di speranza, li rendiamo capaci di fare miracoli. Ecco allora, l’idea che padre Piamarta, il pensiero che padre Piamarta può regalare ai giovani oggi, ai giovani del mondo del lavoro – così precario, così difficile: è questa grande fiducia nelle proprie capacità, perché le nostre capacità sono dono di Dio. Grande fiducia nella Provvidenza, come presenza di Dio che accompagna la nostra vita. Padre Piamarta diceva: “Io sono una piccola goccia d’inchiostro, in fondo al grande libro d’oro degli apostoli della carità”. Allora, io dico che questa goccia diventa santa: diventa santa la macchia che è stato padre Piamarta. Anche tutti noi, tutti i nostri giovani, quando, per mille problemi ci sentiamo degli scarabocchi, abbiamo la possibilità di diventare dei “bei” scarabocchi.
D. – Che fine hanno fatto gli “artigianelli” di padre Piamarta?
R. – Gli “artigianelli” sono oggi un grande istituto, con 700 ragazzi impegnati nella formazione professionale – di cui un 20-23% sono ragazzi extracomunitari – e con un’altra scuola media di 300 alunni. Gli “artigianelli” sono oggi Istituti sparsi nella provincia di Brescia: Istituto Bonsignori di Remedello, Istituto Piamarta di Brescia, Istituto Santa Maria di Nazareth a Brescia. E inoltre, sparsi nelle parrocchie e nelle parrocchie degli istituti del Brasile, del Cile, dell’Angola e del Mozambico. Se voi pensate che abbiamo un istituto di quattromila ragazzi poverissimi – in uno dei quartieri più poveri di Luanda – dove anche insegnare a raddrizzare un chiodo, vuol dire cominciare ad insegnare un lavoro, ecco che possiamo dire veramente che gli “artigianelli” si sono diffusi in questi Paesi, e i padri degli “artigianelli” stanno aiutando questi ragazzi a crescere.
D. – C’è un episodio particolare al quale lei, come postulatore, si sente particolarmente legato nel raccontare, appunto, la profondità ed il carisma di padre Piamarta?
R. – Il carisma di padre Piamarta è questa attenzione ai giovani. Non c’è un fatto in sé particolare: è il grande fatto che tutte le mattine questo prete – dalle quattro alle sette e mezzo – se ne stava in chiesa, sicuramente al buio e al freddo, perché solo da lì lui poteva tirar fuori la forza per poi vivere in mezzo a questi ragazzi, insegnare un lavoro, trovare i fondi per aiutare questi ragazzi. Di fronte al vescovo che dice: “Don Giovanni: dobbiamo chiudere, perché l’Istituto è in rosso”, padre Piamarta: “Eccellenza, morirò qui con i miei ragazzi. Se dobbiamo morire, muoio con loro”.
 

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